lunedì 17 ottobre 2022

Come riconoscere gli autori di violenza contro le donne

 Violenza contro le donne: strumenti per riconoscerla nelle sue diverse tipologie 

Consideriamo violenza contro le donne ogni forma di abuso (fisico, psico-logico, economico, sessuale) esercitato nei loro confronti. 

Violenza fisica: ogni abuso contro il corpo, così come contro le proprietà personali. 


Esempi: percosse, spintoni, lesioni, distruzione di oggetti, di documenti, di permessi di soggiorno, ecc. 


Violenza psicologica: ogni abuso e mancanza di rispetto che colpisce la dignità e l’identità della persona. 


Esempi: critiche ed insulti costanti, umiliazioni ed apprezzamenti negativi da-vanti agli altri, limitazioni negli spostamenti, minacce ed intimidazioni alla donna o ai familiari, minacce di suicidio, ecc. 


Violenza economica: ogni forma di controllo e di prevaricazione sull’autonomia economica e sui diritti di legge. 


Esempi: divieto di lavorare o di cercare un lavoro, segreto sulle entrate familia-ri, estorsione di firme su conti correnti o atti pubblici, mancato adempimento degli obblighi di mantenimento, ecc. 


Violenza sessuale: ogni forma di imposizione e di coinvolgimento in atti-vità sessuali non desiderate. 


Esempi: il partner/ un familiare/ un amico/ un conoscente/ un estraneo co-stringe a rapporti sessuali indesiderati, impone l’utilizzo di materiale porno-grafico, obbliga ad attività sessuali in presenza di o con altre persone, ecc. 


Violenza culturale: ogni forma di violenza contro le donne considerata normale componente del tessuto culturale ed in alcuni casi non identificata come tale neppure dalle vittime. 


Esempi: crimini d’onore, pratiche rituali quali le mutilazioni genitali femmini-li, matrimoni forzati, schiavizzazione ed isolamento fisico e morale, tratta e ri-duzione in schiavitù, ecc. 


Stalking, detto anche “sindrome del molestatore assillante”: ogni forma di comportamento anomalo e fastidioso verso una persona, costituito da co-municazioni intrusive oppure da comportamenti volti a controllare la pro-pria vittima. 


Esempi: telefonate e lettere anonime, sms ed e-mail assillanti, invio di fiori, pe-dinamenti, appostamenti, sorveglianza sotto casa, violazione di domicilio, mi-nacce di violenza, aggressioni, fino ad omicidio o tentato omicidio. 


Violenza assistita intrafamiliare: ogni atto di violenza contro un ele-mento della famiglia (nella maggior parte dei casi si tratta di una madre vittima di un partner violento) che avviene nel campo percettivo di un mi-nore. 


Esempi: bambini che assistono a maltrattamenti sulla madre ad opera del co-niuge violento e spesso costretti a mantenere il segreto su ciò che succede in famiglia. 


Violenza sul lavoro: ogni comportamento lesivo dell’integrità psico-fisica della persona nel rapporto e nel luogo lavorativo. Riguarda le donne impie-gate nelle varie aree dei settori economici industriali, commerciali, dei ser-vizi, fra cui le lavoratrici che svolgono il lavoro domestico e l’assistenza alla cura della persona. Sono più a rischio le lavoratrici immigrate con riferi-mento particolare a quelle irregolari. 


Esempi: ricatti sessuali al momento dell’assunzione o per un avanzamento di carriera o per il rinnovo del permesso di soggiorno, ricatto occupazionale lega-to alla gravidanza, violenze sessuali, lavoro forzato, mobbing.



giovedì 22 settembre 2022

Il bisogno di Essere Accettati

                    5 COMPORTAMENTI DI CHI VUOLE SEMPRE ACCONTENTARE TUTTI


Vedere gli altri contenti per merito tuo è bello. Ti fa sentire altruista.

A volte però diventa un problema. Il bisogno di accontentare tutti può impedire di vivere serenamente e obbligare a fare cose che non vorresti fare, mettere in secondo piano i tuoi desideri per soddisfare quelli degli altri.

Chi ci è caduto, lo descrive come una trappola, quando sai cosa gli altri si aspettano da te non puoi fare a meno di darglielo.

Vediamo 5 comportamenti che affliggono chi prova ad accontentare tutti.
 

1 Non riesci a dire di no.

Non si può dire sempre sì alle richieste di tutti, non basta il tempo. Allora prima rinunci al tuo tempo libero, perché sei l’unico a cui riesci a dire di no. Purtroppo, vista la tua disponibilità le richieste degli altri diventano troppe e troppo frequenti. Allora devi dire qualche altro no. Il paradosso è che dirai no più facilmente alle persone con le quali sei più legato. Con loro è più facile perché hai più confidenza. E così ti ritrovi a negare il tuo tempo al partner per dedicarlo a un collega del quale non ti frega niente, ma con il quale non vuoi fare brutta figura.

Suggerimento: anziché rispondere sì, impara a rispondere “non sono sicuro, devo controllare”. In questo modo prenderai tempo e potrai valutare a mente fredda la tua reale disponibilità.


 
2 Prendere decisioni ti affatica molto.

Prendere decisioni è molto più difficile se lo fai chiedendoti quale cosa gli altri si aspettano che tu decida. Non potendo entrare nella loro testa ti tocca immaginare cosa pensano. Purtroppo così la tua decisione non dipenderà più da cosa è meglio fare, ma dalle emozioni che provi immaginando il suoi effetto sugli altri.

Suggerimento: prenditi del tempo per escludere gli altri dalla tua decisione. Fai un elenco dei pro e dei contro per te. Una volta fatto questo, il peso dell’opinione altrui viene depotenziato.

 
3 Non chiedi aiuto.

Siccome rispondi sempre di sì a tutti, saresti legittimato a domandare agli altri qualsiasi favore. Invece non ci riesci perché temi che così gli altri possano chiederti ancora più aiuto. Hai paura di dover ricambiare, ma nei fatti ti limiti a dare sempre senza prendere nulla in cambio.

Suggerimento: chiedere favori è una cosa che si può imparare, che devi imparare. È sbagliato non saper contare sugli altri. Allenati, chiedi dei piccoli favori a qualcuno.

 
4 Non vivi secondo i tuoi valori e desideri.

Se investi tutto il tuo tempo e le tue energie per confermare l’opinione che gli altri hanno di te, non te ne restano per fare ciò che ami veramente. Per esempio, preferiresti stare con il tuo partner, ma non riesci a dire di no all’amico che ti chiede di uscire. Oppure il contrario. Non sei emotivamente libero di dedicarti a cosa ti fa stare bene.

Suggerimento: stabilisci all’interno della settimana del tempo per te. Decidilo a priori e proteggilo dalle richieste esterne. Dopo spendilo facendo quello che ami.


 
5 Non stabilisci dei confini salubri tra te e gli altri.

La disponibilità che concedi agli altri è la misura della tua identità. Se ti si può chiedere tutto gli altri cominceranno a considerarti come un’estensione delle loro opzioni ogni volta che avranno un problema. Invece sei una persona che gentilmente concede loro un favore.

Suggerimento: evita che le persone si approfittino di te. Puoi concedere un favore, ma non può diventare un’abitudine. Imponiti di rifiutare se il numero di favore fatti alla stessa persona stanno diventando troppi, se tra un favore e l’altro è passato poco tempo e se i favori richiesti ti obbligano a spendere molte energie.
 

Bibliografia.
Amy Morin (2014), 13 things people mentally strong don’t do.

martedì 20 settembre 2022

Eiaculazione precoce


 L' eiaculazione precoce è un disturbo sessuale caratterizzato dalla perdita di controllo eiaculatorio e può essere dovuta a fattori fisici o psicologici.

L’ eiaculazione precoce (PE) è la disfunzione sessuale più comune tra gli uomini (Patrick et al., 2005). Alcuni professionisti della salute ritengono che sia l’argomento più discusso in medicina sessuale (Jannini & Porst, 2011). L’ eiaculazione precoce colpisce il 20-30% degli uomini ed è caratterizzata dalla perdita o dall’assenza di controllo eiaculatorio, accompagnata spesso da difficoltà interpersonali e stress (Patrick et al., 2005).

Che cos’è l’ eiaculazione precoce?

L’ eiaculazione precoce incide su diversi aspetti della vita maschile, come soddisfazione sessuale, autostima sessuale, controllo eiaculatorio, livelli di stress interpersonale e relazioni sentimentali. E’ stata inoltre associata a una serie di effetti psicologici negativi quali ansia e depressione, riguardanti chi ne è affetto ma anche i partner (Rosen, Althof et al., 2008). L’ eiaculazione precoce può costituire un fattore significativo di stress all’interno della coppia, e causare un abbassamento della qualità di vita, dell’autostima e dell’autoefficacia. Negli uomini single può influenzare negativamente la motivazione a cercare un partner.

La diagnosi di eiaculazione precoce rappresenta una sfida, in quanto molti professionisti della salute non possiedono informazioni sufficienti riguardo i criteri da utilizzare e le opzioni di trattamento (Brock et al., 2009). Inoltre parlare di eiaculazione precoce solleva la questione su quale sia effettivamente un tempo di eiaculazione adeguato.

Già nel 1917 Karl Abraham descriveva l’ eiaculazione rapida, da lui definita ejaculatio praecox. Durante le prime decadi del ventesimo secolo, l’ eiaculazione precoce era considerata, specialmente nella teoria psicoanalitica, come una nevrosi legata a conflitti inconsci, e veniva trattata attraverso l’analisi (Abraham, 1917; Stekel, 1927). Nel 1943, la visione totalmente psicologica di Adler venne messa in discussione da Bernhard Schapiro, un endocrinologo tedesco, che considerava l’ eiaculazione precoce come un disturbo psicosomatico, affermando che le eiaculazioni rapide erano causate da fattori sia biologici che psicologici. Inoltre propose per la prima volta la suddivisione del disturbo in due tipologie, Tipo B e Tipo A. Nel 1989 Godpodinoff rinominò le due tipologie come lifelong (primaria) e acquisita (secondaria).

Tipologie di eiaculazione precoce

L’ eiaculazione precoce primaria è una sindrome caratterizzata da un insieme di sintomi caratteristici, che includono un’eiaculazione rapida durante quasi ogni rapporto sessuale, in un tempo compreso tra 30 e 60 secondi nella maggior parte dei casi (80%) o tra 1 e 2 minuti (20%), con ogni o quasi ogni partner sessuale, e a partire dai primi rapporti sessuali. L’ eiaculazione precoce acquisita consiste in un’eiaculazione rapida che insorge durante il percorso di vita, spesso a carattere situazionale, a fronte di precedenti esperienze eiaculatorie normali. (Waldinger, 1998; McMahon, 2002).

Nella letteratura scientifica sono presenti diverse definizioni dell’ eiaculazione precoce, poiché non vi è un accordo univoco sulle sue caratteristiche. Al fine di migliorare il confronto tra i vari studi, Waldinger et al. hanno introdotto il parametro dello IELT, il tempo di latenza eiaculatoria intravaginale, definito come il tempo che trascorre tra l’immissione intravaginale e l’inizio dell’eiaculazione. Waldinger riporta che la maggior parte degli uomini che cercano attivamente trattamento per l’ eiaculazione precoce primaria, circa il 90%, eiacula entro un minuto di penetrazione. Ricerche e studi osservazionali di uomini affetti da eiaculazione precoce hanno dimostrato che IELT pari o inferiori a un minuto hanno una prevalenza di circa 2,5% all’interno della popolazione generale, ma una percentuale di uomini con IELT nella norma riferisce di essere affetta da eiaculazione precoce (Patrick et al, 2005; Waldinger et al, 2005a, 2009).

Per tenere conto di questa diversità, Waldinger e Schweitzer (2006b, 2008) hanno proposto una nuova classificazione dell’ eiaculazione precoce nella quale sono distinti quattro tipologie sulla base della durata dello IELT, della frequenza con cui vengono riferiti gli episodi e dei momenti di vita in cui avvengono. In aggiunta all’ eiaculazione precoce primaria e acquisita, questa classificazione include quella variabile e quella soggettiva. Gli uomini con eiaculazione precoce variabile sperimentano occasionalmente un’eiaculazione prematura. Ciò non deve essere considerato come un disturbo, ma come una naturale variazione del tempo di eiaculazione, normalmente presente negli uomini (Waldinger, 2013). Gli uomini con eiaculazione precoce soggettiva invece riferiscono di essere affetti da eiaculazione precoce mentre in realtà hanno un tempo di eiaculazione normale o addirittura più esteso del normale (Waldinger, 2013). Il riferire la presenza di eiaculazione precoce da parte di questi uomini è probabilmente legato a fattori psicologici e/o culturali. Le costanti eiaculazioni anticipate della eiaculazione precoce primaria suggerirebbero la presenza di una disfunzione neurobiologica sottostante, mentre l’ eiaculazione precoce acquisita sarebbe più legata a fattori medici e psicologici.

Serefoglu et al. (2010, 2011) hanno confermato l’esistenza di questi quattro sottotipi in un campione di uomini turchi. Recentemente, Zhang et al. (2013) e Gao et al. (2013) utilizzando una metodologia simile hanno riportato la presenza dei quattro sottotipi anche in un campione di uomini in Cina. In futuro, la ricerca continua su questa nuova classificazione potrebbe portare a una migliore conoscenza dell’ eiaculazione precoce e a definizioni più precise. (Waldinger & Schweitzer, 2008).

Definizione di eiaculazione precoce e sintomi

Ad oggi, una delle definizioni più utilizzate in ambito clinico è quella fornita dal DSM-5 (American Psychiatric Association, 2013):

A. Una modalità persistente o ricorrente di eiaculazione che si verifica durante i rapporti sessuali, circa un minuto dopo la penetrazione vaginale e prima che l’uomo lo desideri.
Nota: Anche se la diagnosi di eiaculazione precoce può essere applicata a individui impegnati in attività sessuali non intravaginali, non sono stati stabiliti specifici criteri di durata per queste attività.
B. I sintomi dei Criterio A devono essere presenti come minimo per circa 6 mesi e devono essere provati in tutte o quasi tutte (circa il 75-100%) le occasioni di attività sessuale (in determinate circostanze situazionali o, se generalizzato, in ogni circostanza).
C. I sintomi del Criterio A causano nell’individuo un disagio clinicamente significativo.
D. La disfunzione sessuale non è meglio spiegata da un disturbo mentale non sessuale o come conseguenza di un grave disagio relazionale o di altri significativi fattori stressanti e non è attribuibile agli effetti di una sostanza/farmaco o di un’altra condizione medica.

Specificare se:
Permanente: Il disturbo è presente da quando l’individuo è diventato sessualmente attivo.
Acquisita: Il disturbo inizia dopo un periodo di funzionamento sessuale relativamente normale.

Specificare se:
Generalizzata: Non è limitato a determinati tipi di stimolazione, situazioni o partner.
Situazionale: Si verifica solo con certi tipi di stimolazione, situazioni o partner.

Specificare gravità attuale:
Lieve: l’eiaculazione si verifica entro circa 30-60 secondi dopo la penetrazione vaginale.
Moderato: l’eiaculazione si verifica entro circa 15-30 secondi dopo la penetrazione vaginale.
Grave: l’eiaculazione si verifica prima dell’attività sessuale, all’inizio dell’attività sessuale o entro circa 15 secondi circa dalla penetrazione vaginale.

Le possibili cause dell’eiaculazione precoce

Storicamente ci sono stati diversi tentativi di spiegare le cause dell’ eiaculazione precoce, attraverso teorie sia biologiche che psicologiche. Nel 1970 William Masters e Virginia Johnson, due sessuologi americani, hanno postulato che la eiaculazione precoce sia il risultato di un comportamento appreso, rigettando il punto di vista psicoanalitico di Adler e quello psicosomatico di Schapiro. Sostenevano che l’eiaculazione rapida fosse collegata ai primi rapporti sessuali, in quanto esperienze iniziali connotate da rapidità ed ansia e potevano condizionare gli uomini ad eiaculare velocemente. Non sono stati tuttavia effettuati studi che abbiano messo a confronto le prime esperienze di condizionamento fra uomini con eiaculazione precoce e uomini senza il disturbo, per cui non si può sapere se le esperienze di condizionamento sono specifiche per gli uomini con eiaculazione precoce.

Nel 1998, Waldinger et al. hanno postulato che l’ eiaculazione precoce primaria sia una disfunzione determinata neurobiologicamente e geneticamente, correlata a una ridotta neurotrasmissione serotoninergica e all’ipersensibilità e iposensibilità di specifici recettori 5-HT. Waldinger ha quindi respinto le precedenti ipotesi psicologiche e comportamentiste riguardanti l’eziologia e la patogenesi della eiaculazione precoce primaria. Studi recenti suggeriscono che in alcuni uomini variazioni neurobiologiche e genetiche potrebbero contribuire all’eziopatologia della eiaculazione precoce primaria, e che tale condizione potrebbe essere mantenuta e aggravata da fattori psicologici e ambientali (Janssen et al., 2009).

La eiaculazione precoce acquisita è dovuta generalmente ad ansia da prestazione sessuale (Hartmann et al, 2005), problemi psicologici o relazionali (Hartmann et al., 2005), disfunzione erettile (Laumann et al., 2005), occasionalmente prostatite (Screponi et al., 2001), ipertiroidismo (Carani et al., 2005) o ad astinenza e disintossicazione da farmaci prescritti (Adson e Kotljar, 2003) o consumati a scopo ricreativo (Peugh e Belenko, 2001). Gli uomini affetti da questa problematica sono generalmente anziani, hanno un indice di massa corporea (BMI) più elevato, ed hanno una maggiore incidenza di patologie in comorbilità rispetto agli uomini affetti da eiaculazione precoce primaria, variabile e soggettiva, come ipertensione, disturbo del desiderio sessuale, diabete mellito, prostatite cronica e disfunzione erettile.

L’ansia è stata indicata come causa da diversi autori ed è tuttora comunemente considerata come una delle cause più probabili, nonostante l’evidenza empirica a supporto sia piuttosto scarsa (Jern et al., 2009; Janssen et al., 2009). Diversi autori ipotizzano che l’ansia attivi il sistema nervoso simpatico e riduca la soglia di eiaculazione (Janssen et al., 2009).

Effetti dell’eiaculazione precoce sulla coppia e sulla qualità di vita

Le disfunzioni sessuali femminili presenti nella partner (come anorgasmia, desiderio sessuale ipoattivo, avversione sessuale, disturbi dell’eccitazione sessuale, e disturbi da dolore sessuale, come il vaginismo, potrebbero essere correlati alla eiaculazione precoce acquisita (Dogan e Dogan, 2008).

L’ eiaculazione precoce infatti può riguardare non solo chi né è affetto, ma anche il/la partner. Nel momento in cui una coppia affronta la eiaculazione precoce la situazione viene definita asincrona (Jannini & Porst, 2011, p.301). Una coppia asincrona può fare sesso anche molto frequentemente, ma la qualità del rapporto è assente o ridotta. Il partner non affetto da eiaculazione precoce può sentirsi deluso o irritato dal fatto che l’altro raggiunga l’orgasmo molto prima. E’ come se non ci fosse sincronizzazione, e questo crea una situazione frustrante per la coppia. Se la qualità del sesso è scarsa a causa dell’eiaculazione precoce, il partner che ne è affetto potrebbe sperimentare emozioni negative, che potrebbero portare a una risposta fisica sfavorevole. Così come in molte disfunzioni sessuali, è il significato che viene conferito al disturbo a poter influenzare il rapporto di coppia (Graziottin et al, 2011, p.306).

Nel momento in cui i significati attribuiti al disturbo portano a rabbia e delusione, sorgono conflitti di coppia che creano un senso di separazione sessuale tra i due partner.

Gli studi che hanno messo a confronto gli uomini affetti da eiaculazione precoce con quelli che non hanno il disturbo hanno mostrato una differenza marcata nella qualità di vita tra i due gruppi. In uno di questi studi, sono stati scelti 1,587 uomini affetti e non affetti da eiaculazione precoce e sono state poste loro domande riguardanti la loro vita personale e il senso generale di soddisfazione di vita. Per valutare accuratamente gli uomini, è stato impiegato un test chiamato Premature Ejaculation Profile (PEP). Gli uomini affetti da eiaculazione precoce hanno riportato un livello maggiore di stress, bassa autostima, livelli ridotti di funzionamento sessuale e un livello ridotto di qualità di vita (Graziottin et al., 2011, p.305). Gli uomini single possono essere influenzati dai sentimenti di imbarazzo legati al disturbo, tanto da rinunciare al corteggiamento. Il disturbo ha un impatto considerevole sulla vita degli uomini, che hanno una probabilità più alta di sviluppare una disfunzione erettile a causa delle emozioni di vergogna.

Graziottin et al. (2011) hanno indagato le differenze presenti in donne legate a un partner affetto da eiaculazione precoce rispetto a donne legate a uomini privi del disturbo. Il desiderio sessuale, la lubrificazione e gli orgasmi erano significativamente peggiori nelle donne legate a un partner con eiaculazione precoce, e il 52% di loro ha riportato problemi di orgasmo, mentre per le donne legate a un partner senza disturbo la percentuale è stata del 23%.

Il trattamento dell’eiaculazione precoce: un approccio cognitivo-comportamentale

Del 20-30% di uomini affetti da eiaculazione precoce, solo il 1-12% ha riferito di aver ricevuto trattamento (Patrick et al., 2005, p.359). Cercare un trattamento può rappresentare fonte di imbarazzo e le opzioni di trattamento potrebbero non essere chiare. Sono presenti forme di trattamento basate sui farmaci, sulla psicoterapia, o su una combinazione delle due cose (Steggall, Fowler, & Pryce, 2008, p.365).

Rowland et al. (2010) affermano che una delle opzioni migliori sia quella di abbinare la terapia farmacologica a una psicoterapia, e che quest’ultima sia l’intervento d’elezione per le forme di eiaculazione precoce naturale e soggettiva.

La terapia-cognitivo-comportamentale è uno degli approcci più utilizzati per il trattamento dei disturbi sessuali, anche per l’eiaculazione precoce (Mohammadi et al., 2013). Il trattamento di questo disturbo comprende tre componenti generali: (a) la componente educazionale, nella quale si affrontano argomenti come anatomia e fisiologia sessuale, orgasmo ed eiaculazione, il ruolo dell’ansia, i meccanismi di condizionamento e il meccanismo di funzionamento dell’ eiaculazione precoce. Viene generalmente condotta in presenza del/della partner; (b) la componente comportamentale, che comprende l’apprendimento e l’applicazione di tecniche come lo squeeze, lo start-stop e il rilassamento; (c) la componente cognitiva, che riguarda l’esplorazione e la modifica delle cognizioni che possono predisporre al disturbo, oltre che costituire fattori precipitanti e di mantenimento, come le credenze che generano ansia.

La componente educazionale può includere informazioni sulla prevalenza della eiaculazione precoce e sullo IELT medio nella popolazione generale al fine di correggere false credenze e miti legati al disturbo. Inoltre può comprendere informazioni riguardanti varie attività sessuali appaganti alternative al coito, in modo da estendere il repertorio sessuale della coppia, assieme a strategie per affrontare l’evitamento dell’attività sessuale e l’indisponibilità al dialogo con il/la partner relativo a tematiche sessuali. Queste strategie educative sono studiate per fornire motivazione al trattamento farmacologico, ridurre l’ansia da prestazione, e attuare una prima modifica degli schemi sessuali maladattivi.

Una delle tecniche comportamentali più utilizzate nel trattamento dell’eiaculazione precoce è quella dello squeeze, o compressione (Masters e Johnson, 1970). Durante l’autostimolazione, nel momento in cui l’eiaculazione sembra inevitabile, viene applicata una pressione sotto il glande attraverso il pollice, l’indice e il medio. Tale operazione inibisce l’eiaculazione e dovrebbe essere ripetuta diverse volte prima di lasciarsi andare all’orgasmo.

In un secondo momento può essere applicata durante la stimolazione da parte del/della partner. Rappresenta uno step nell’apprendimento del controllo eiaculatorio, che successivamente può essere ulteriormente affinato tramite la tecnica dello stop-start (Seman, 1956). Tale tecnica consiste nel fermarsi e ritirare il pene durante il coito, nel momento in cui l’uomo percepisce di essere prossimo all’eiaculazione e di non poter più controllare il riflesso eiaculatorio. Il rapporto viene ripreso quando sente di aver recuperato completamente il controllo.

Per quanto riguarda la componente cognitiva, le osservazioni cliniche e i modelli teorici enfatizzano l’importanza delle strutture cognitive centrali (schemi o credenze centrali) sui processi sessuali disfunzionali (Carey, Wincze e Meisler, 1993; McCarthy, 1986; Rosen, Leiblum e Spector, 1994; Sbrocco e Barlow, 1996). Il modello cognitivo-affettivo di Barlow (1986) postula che l’interazione tra l’arousal del sistema nervoso autonomo (attivazione simpatica) e le interferenze cognitive svolga un ruolo centrale nel determinare risposte sessuali funzionali e disfunzionali.

Sbrocco e Barlow (1996) e Wiegel, Scepowski e Barlow (2007) hanno ulteriormente sviluppato il modello originale, affermando che la vulnerabilità degli schemi è una delle componenti principali implicate nelle disfunzioni sessuali. Sbrocco e Barlow (1996) ipotizzano che gli individui affetti da una disfunzione sessuale abbiano solitamente un insieme di credenze sessuali irrealistiche e inaccurate e assumano un atteggiamento rigido e inflessibile. Nel momento in cui questi standard di riferimento elevati e irrazionali non sono soddisfatti possono sorgere implicazioni personali catastrofiche, che facilitano lo sviluppo di una visione di sé negativa (self-schema negativo) e predispongono l’individuo allo sviluppo di difficoltà sessuali. La ristrutturazione di tali schemi negativi può portare a miglioramenti nelle disfunzioni, a un atteggiamento più positivo nei confronti del sesso, a maggiore piacere sessuale e a un miglioramento della relazione di coppia.


Tratto da Stateofmind.it


Per saperne di più: https://www.stateofmind.it/2018/02/eiaculazione-precoce-eziologia-terapia/


Per saperne di più: https://www.stateofmind.it/2018/02/eiaculazione-precoce-eziologia-terapia/


Per saperne di più: https://www.stateofmind.it/2018/02/eiaculazione-precoce-eziologia-terapia/

mercoledì 7 settembre 2022

L' Elaborazione del Lutto


 

Quali sono le fasi del lutto?

Le fasi del lutto, o più in generale per ogni perdita che 

ci troviamo a vivere, richiedono del tempo per poter 

essere elaborati. Le domande più frequenti che ci 

poniamo quando viviamo il dolore legato ad una 

perdita importante sono: “Quando tornerò a stare 

bene?” “Perché passo dalla tristezza alla rabbia, 

e viceversa, così velocemente?”. 

Questo evento può causare un disturbo post traumatico da stress

e provocare diverse sintomatologie.

Quali sono le principali fasi del dolore ed elaborazione della perdita?

Fasi del luttoNel 1969, la psichiatra svizzera Elizabeth Kübler Ross ha formulato una teoria sulle fasi di elaborazione del lutto, attualmente seguite dalla psicologia.
Ci sono poi numerose varianti della psicologia più moderna che cambiano il nome delle diverse fasi ma, in sostanza, le cinque fasi del lutto rappresentano un cammino ben preciso che ogni persona si trova ad affrontare dopo la perdita. Gli stadi del lutto, le modalità, le reazioni e i tempi di elaborazione possono ovviamente essere diverse da caso in caso. Non è definibile a priori la durata dell’intero processo perché dipende molto dalla capacità, volontà e resilienza di ogni persona. Inoltre, le fasi di elaborazione di un grande dolore non sono sempre così lineari e correlate.

Le 5 fasi del lutto:

Ma quali sono le cinque fasi del lutto, e gli stadi che una persona si trova ad 

affrontare dopo la perdita di una persona cara, analizziamole nel dettaglio:

Rappresentazione delle 5 fasi del lutto: Negazione, Rabbia, Patteggiamento, Depressione e Accettazione
Le 5 fasi del lutto

Fase del Rifiuto e Negazione

Quando affrontiamo una perdita che ci causa molto dolore il nostro organismo cerca di difenderci da una simile sofferenza, negandola. Neghiamo quindi l’accaduto a causa dello stato di shock dovuto alla perdita. Emotivamente si osserva un’assenza di reazione: la persona è consapevole di ciò che è successo ma non vuole, e non può, accettarlo.

Fase della Rabbia

Quando cominciamo a renderci conto di ciò che è accaduto, iniziamo a provare rabbia, a chiederci cosa abbiamo fatto per meritarci questa sofferenza, a sentirci arrabbiati con chi ci ha ferito e con la vita stessa. Tendiamo a dare la colpa a qualcuno perché pensiamo che la situazione sia ingiusta. Può capitare di sentirci responsabili in qualche modo perché non siamo riusciti a evitare la perdita. La fase della rabbia può essere considerata positiva perché se qualcuno scatena in noi questo sentimento, finiamo con il volerlo evitare e cercare di farlo uscire dalla nostra vita. Dobbiamo però stare attenti a non rimanere bloccati nella rabbia perché finirebbe per ritorcersi contro di noi!

Stadio Patteggiamento o contrattazione

La nostra mente per tornare a sopravvivere, in questo momento di grande dolore, inizia a patteggiare. È il momento in cui cerchiamo di capire cosa siamo in grado di fare e in quali situazioni possiamo di nuovo di investire emotivamente. Cerchiamo di riprendere il controllo della nostra vita buttandoci su altro, su nuovi progetti e nuove amicizie. La perdita tuttavia non è ancora stata elaborata e il dolore può ritornare da un momento all’altro: è il periodo degli “alti e bassi”!

Fase della Depressione

L’alternarsi di momenti di dolore e tentativi di reagire ci porta a cadere in un continuo stato di tristezza. In questa fase iniziamo a prendere atto di ciò che abbiamo perso. Il dolore fa ancora tanto male, è vivo, forte e presente. Le conseguenze sono anche a livello fisico: è possibile che compaiano mal di testa, aumento o perdita del peso corporeo, irritabilità, insonnia o sonnolenza.

Fase dell’accettazione

Il tempo cambia le cose ci permette di completare il processo di elaborazione. L’ultima fase consiste nell’accettare la perdita: è l’unico modo per reagire e sentirci pronti a riprendere in mano la nostra vita. Ritorna l’interesse per le persone e i progetti e soprattutto smettiamo di colpevolizzarci! A questo punto siamo riusciti a comprendere la perdita, a voltare pagina. Ciò non significa dimenticare la persona cara o non provare più dolore; vuol dire andare avanti nonostante la sofferenza, dando un senso a quella perdita, continuando ad alternare momenti di felicità o momenti di tristezza, ma in modo sempre più tenue ogni giorno che passa.

Che cos’è l’elaborazione del lutto?

L’elaborazione del lutto è il processo di rielaborazione legato alla perdita di una persona cara. Può essere molto doloroso ed è solitamente caratterizzato da sentimenti come tristezza, rabbia, colpa o senso di vuoto. Elaborare la perdita è fondamentale per poter riprendere a vivere nuovamente con serenità e per evitare che questa situazione possa cristallizzarsi e creare un trauma che può ripresentarsi nel futuro, sfociando in sintomi e disturbi.
L’elaborazione del lutto non è mai facile! Ma se conosciamo le sue diverse fasi, possiamo prendere coscienza di tutte le ripercussioni che la perdita di una persona cara può creare dentro di noi.

La presa di coscienza è fondamentale per poter superare al meglio una fase dopo l’altra.

Cos’è il lutto in psicologia?

In psicologia, il termine “lutto” indica lo stato d’animo che si vive in seguito alla perdita di una persona cara. Questo doloroso processo psicologico può innescarsi anche nel caso di una separazione, di un abbandono o alla fine di una relazione importante, il lutto non sempre è legato alla morte vera e propria di una persona: si parla di lutto anche in conseguenza di una separazione o di un abbandono.
La fine di una relazione causa la perdita di una persona cara, anche se viva, e può influire in modo rilevante sulla nostra vita mettendo in crisi la sfera privata e professionale.

Come superare un lutto

L’unico modo per uscire da una situazione di perdita è accettarla e reagire. La cosa fondamentale di cui abbiamo bisogno è il tempo. Deve passare il tempo: il dolore non scomparirà ma si addolcirà e la vita, in un modo che oggi sembra impossibile, andrà avanti. In questo processo di elaborazione, potrebbe essere utile rivolgersi a uno psicologo: la terapia può accompagnarci nella razionalizzazione e nell’elaborazione delle nostre emozioni e del dolore.

L’obiettivo è accettare la perdita e trovare le forze per andare avanti!


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martedì 6 settembre 2022

Disturbo d'ansia generalizzato


 

Il disturbo d’ansia generalizzata

Il disturbo d’ansia generalizzata (GAD) è un disturbo psichiatrico molto diffuso. Studi epidemiologici negli Stati Uniti hanno stimato la prevalenza del GAD nell’arco della vita del 9% (APA, 2013).

Rispetto ad altri disturbi d’ansia, come ad esempio la fobia sociale o il disturbo da attacchi di panico, che sono spesso riconducibili a preoccupazioni specifiche e circoscritte, nel GAD le preoccupazioni non riguardano un tema specifico ma sono estese ai diversi ambiti della vita del paziente. Sono appunto “generalizzati”.

Caratteristiche del disturbo d’ansia generalizzata

Il disturbo d’ansia generalizzata è una sindrome caratterizzata da ansia e preoccupazione in corso per molti eventi o pensieri che il paziente generalmente riconosce come eccessivi e inappropriati. La maggior parte delle persone con disturbo d’ansia generalizzata ha anche altri disturbi dell’umore e d’ansia.

I sintomi ansiosi tendono ad essere presenti per tutta la giornata, per tutti i giorni, e le preoccupazioni riguardano temi della vita quotidiana del paziente come la famiglia, la situazione economica, il lavoro e la salute personale (Roemer et al., 1997). Chi soffre di disturbo d’ansia generalizzata riferisce inoltre uno stato di costante preoccupazione nei confronti del futuro, insieme ad uno stato di tensione e di inquietudine diffusa che non è in grado di controllare.

Sintomi del disturbo d’ansia generalizzata

Attivazione e arousal

  • Palpitazioni o battito cardiaco accelerato;

  • sudorazione;

  • tremore o agitazione;

  • secchezza delle fauci (non dovuta a farmaci o disidratazione)

Sintomi che interessano torace e addome

  • Difficoltà a respirare;

  • sensazione di soffocamento;

  • dolore o fastidio al torace;

  • nausea o dolore addominale (come agitazione allo stomaco).

Sintomi che coinvolgono lo stato mentale

  • Sensazione di vertigini,

  • instabilità,

  • svenimento o stordimento;

  • la sensazione di perdere il controllo, di “impazzire” o di svenire;

  • paura di morire.

Sintomi generalizzati

  • Vampate di calore o brividi di freddo;

  • sensazioni di intorpidimento o formicolio;

  • tensione muscolare o dolori e dolori;

  • irrequietezza e incapacità di rilassarsi;

  • sentirsi tesi, nervosi o mentalmente tesi;

  • una sensazione di nodo alla gola o difficoltà a deglutire

Altri sintomi non specifici

  • Risposta esagerata a piccole sorprese o sorpresa;

  • difficoltà di concentrazione o “mancanza di vuoto” a causa della preoccupazione o dell’ansia;

  • irritabilità persistente; difficoltà ad addormentarsi a causa della preoccupazione

Cause del disturbo d’ansia generalizzata

Le cause del disturbo d’ansia generalizzata sono diverse e non del tutto comprese. Così come per molti disturbi psichici, anche per il GAD si parla di disturbo a genesi multifattoriale. Questo significa che a causare il disturbo possono essere variabili psicologiche, biologiche e ambientali in relazione tra loro. Da un punto di vista psicologico le spiegazioni del disturbo d’ansia generalizzata sono diverse in base ai differenti approcci teorici di riferimento.

Fattori di rischio

Tra le possibili cause e fattori di rischio per il disturbo d’ansia generalizzata troviamo:

  • esperienze negative o traumatiche (recenti o passate)
  • esposizione prolungata a fattori stressanti
  • malattie croniche e invalidanti
  • personalità evitanti, introverse e pessimiste

Inoltre dagli studi effettuati sui gemelli si è osservato che la percentuale di familiarità del disturbo d’ansia generalizzata è intorno al 20%. E’ quindi presente anche una importante componente genetica che aumenta il rischio di sviluppare il disturbo.

Cura del disturbo d’ansia generalizzata

Psicoterapia

Sia la psicoterapia cognitiva che la terapia per la gestione dell’ansia sono risultate efficaci per la cura del disturbo d’ansia generalizzato. La terapia per la gestione dell’ansia è una terapia strutturata che prevede psico-educazione, training di rilassamento ed esposizione, ma non include la ristrutturazione cognitiva; la terapia cognitivo comportamentale aggiunge invece questo elemento in più.

Il rilassamento implica la pratica di tecniche che portano al rilassamento muscolare o corporeo, tra queste le più conosciute sono il rilassamento muscolare progressivo di Jacobson e il training autogeno. L’esposizione comporta, invece, un confronto graduale e ripetuto (prima attraverso la semplice immaginazione, poi concretamente esponendosi di persona) con stimoli che provocano ansia. Infine la ristrutturazione cognitiva è una tecnica cognitivo comportamentale che mette in discussione i processi di pensiero automatico disfunzionali (ad es. “non valgo nulla” aiutando il paziente a modificarli)

Numerosi studi hanno dimostrato che la psicoterapia cognitivo comportamentale determina miglioramenti significativamente maggiori per l’ansia e la depressione in 4-12 settimane rispetto a gruppi non trattati, alla sola gestione dell’ansia, al solo rilassamento o alla psicoterapia non direttiva (Westen D, Morrison K, 2001). Anche le recenti psicoterapie cognitivo-comportamentali di terza generazione sono risultate efficaci nella cura del disturbo d’ansia generalizzato.

Terapia farmacologica

La terapia psicofarmacologica è in genere prescritta da un medico psichiatra e prevede l’utilizzo di diverse tipologie di farmaci. Tra i farmaci più utilizzati per la cura del disturbo d’ansia generalizzata ci sono i farmaci antidepressivi. Diverse categorie di antidepressivi infatti, oltre ad agire sull’umore, agiscono anche sull’ansia riducendone la sintomatologia.

Altri farmaci utilizzati per gestire farmacologicamente l’ansia sono le benzodiazepine. Le benzodiazepine hanno mostrato una buona efficacia nel trattamento della sintomatologia ansiosa a breve termine, anche se danno dipendenza e tolleranza nel lungo periodo. Sono quindi farmaci efficaci nell’uso episodico, meno indicati per un uso prolungato, e, soprattutto dopo un lungo utilizzo, vanno sospesi con gradualità in base alla indicazione del medico. Le benzodiazepine sono tra gli psicofarmaci più largamente utilizzati (e abusati) e possono generare una vera e propria dipendenza da benzodiazepine.

Per questi motivi la terapia farmacologica deve essere costantemente monitorata da un medico che ne calibri le dosi e ne definisca i dosaggi. Le gestioni fai-da-te possono infatti, nel lungo periodo, peggiorare il quadro sintomatologico del paziente.